ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

11.12.17

PER LA SOVRANITÀ NAZIONALE di Antonio Ingroia

Alle porte delle elezioni generali la sola lista elettorale che metterà al centro la contestazione radicale dell'Unione europea e la necessità di riguadagnare piena sovranità nazionale sembra essere quella promossa da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa
Le difficoltà, anche visti i temi strettissimi che ci dividono dal voto, sono enormi.

Sabato prossimo a Roma si svolgerà l'assemblea generale dei sostenitori della LISTA DEL POPOLO.

Di seguito l'intervento di Antonio Ingroia all'assemblea per il coordinamento nazionale di "Attuare la Costituzione", che si è tenuta a Napoli a fine settembre.





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10.12.17

ELEZIONI: I 5 PARADOSSI DI UNA STRANA STAGIONE POLITICA di Leonardo Mazzei

Premessa
Più le urne si avvicinano, più la confusione aumenta. Di tutto si discute fuorché di un banale dettaglio: il destino del Paese. Destino che rischia di decidersi a Bruxelles o, peggio ancora, a Berlino. Ma di questo — lo nota anche Federico Fubini sul Corsera — non c'è traccia nel cosiddetto «dibattito politico».

La cosa non è stupefacente, vista l'antica tradizione di parlar d'altro per schivare i problemi veri. Stavolta però il macigno è più grande del solito, perché alla fine l'Italia ne uscirà o come stato nuovamente sovrano, o come colonia definitivamente asservita all'Euro-Germania. Ma di tutto ciò parleremo in un prossimo articolo.

Qui ci limitiamo ad osservare l'impressionante accumulo di paradossi che si vanno producendo in vista delle imminenti elezioni politiche. Il fenomeno è interessante proprio perché, almeno a giudizio di chi scrive, esso discende largamente proprio dalla gigantesca fuga dalla realtà — di certo dalle responsabilità — di un'intera classe dirigente. E' questa una tendenza di lunga durata, ma certo un bilancio dei disastri prodotti dalla Seconda Repubblica non guasterebbe.

In ogni caso la realtà dei fatti si va incaricando di mettere in ridicolo i protagonisti — praticamente tutti — di questa strana stagione politica.

Paradosso n° 1: la legge elettorale


Pensata, voluta ed imposta al parlamento per dare concretezza al progetto di un nuovo governo Renzi-Berlusconi, oggi questa legge sembra poter dare la vittoria alla coalizione di destra. Certo, non sarà facile, visto che ci vorrà almeno il 40% dei seggi assegnati con la proporzionale ed il 70% di quelli attribuiti nei collegi uninominali. Ma di sicuro non vincerà il Pd, a picco nei sondaggi (l'ultimo gli dà il 24,4%), con un leader che ormai piace solo al suo ristretto clan, con una coalizione che a definirla tale viene solo da ridere.

E viene da ridere a pensare allo straordinario acume politico di chi quella legge l'ha scritta, convinto di aver così congegnato la furbata del secolo. Vien da ridere a pensare all'«uomo solo al comando», adesso rimasto soltanto «solo», abbandonato perfino da quegli insuperabili esempi di coraggio e maestria che corrispondono ai nomi di Angelino Alfano e Giuliano Pisapia. «Non tutte le ciambelle riescono col buco», l'abbiamo detto più volte a proposito della nuova legge elettorale. Certo, nessuno poteva pensare che il patatrac piddino si rivelasse così presto, ma questi — si sa — sono tempi assai veloci.

Paradosso n° 2: l'élite


Ma cosa vogliono ai piani alti del potere? Da quelle parti hanno appoggiato il fiorentino per tre anni. Gli hanno messo al servizio i loro media per vincere il referendum costituzionale. L'hanno invece perso, e lì hanno capito che Renzi era ormai bruciato. Da allora mirano alla strategia del caos, visto che un esito elettorale incapace di produrre un governo potrebbe riaprire la strada ad un «governo del presidente», cioè — più prosaicamente — ad un esecutivo del tutto prono ai loro interessi.

Lorsignori vogliono sbarrare la strada ad M5S, non perché ne abbiano paura, ma perché ne comprendono la contraddittoria natura di contenitore dell'indignazione popolare. Neppure l'osceno inginocchiarsi del Di Maio di fronte ad ogni potere costituito, nazionale come internazionale, può rassicurarli. Magari in futuro si vedrà, ma per ora meglio non correre rischi. Ma lorsignori non vogliono neppure una vittoria della destra: troppo peserebbe il «populista» Salvini, troppe sarebbero le promesse da onorare.
 

Il problema è che per l'élite anche Renzi non va più bene. Troppo preso dalla sua carriera politica, mentre per loro contano solo i propri interessi di classe. Quel difetto potevano accettarlo finché vinceva, ma ora che è in declino vogliono mandarlo a casa. Hanno preso perciò a colpirlo. I media amici sono diventati nemici, mentre i nemici del fiorentino (vedi la congrega Mdp-Liberi e Uguali e soci) godono adesso di buona stampa.
 

Ma così facendo — ecco il paradosso — è proprio la destra che rischia di vincere. Come ne verranno a capo non si sa. Certo, lorsignori vorrebbero colpire Renzi ma non il Pd, visto che è quest'ultimo il vero cardine politico del loro sistema. Ma come fare se Renzi e Pd sono ormai la stessa cosa? Insomma, in quanto a strategia, neppure il blocco dominante è messo troppo bene. E questo non può che farci piacere.

Paradosso n° 3: la destra, una coalizione nata per poi dividersi subito dopo il voto
 

A destra non hanno mai pensato di arrivare al 50%+1 dei seggi. Non a caso la coalizione messa in piedi non ha né un programma, né tantomeno un leader condiviso. Il perché è presto detto: ad ognuno così conveniva. Berlusconi e Salvini hanno innanzitutto pensato a fare il pieno dei seggi nell'uninominale, poi il primo li avrebbe utilizzati per dar manforte a Renzi, il secondo per rafforzarsi come grande oppositore del nuovo programmato inciucio.

Senza dubbio una coalizione assai paradossale. Ma adesso il paradosso è che la mancata vittoria non è più così certa. Che fare allora nel caso si ottenesse la maggioranza? Ancora non si sa, ma trovare la quadra non sembra così facile. Governare l'Italia non è come amministrare il Veneto o la Lombardia. Intanto andranno avanti così, sfruttando i vantaggi che la legge elettorale gli concede, poi si vedrà. Ma a occhio e croce né Salvini né Berlusconi auspicano davvero una vittoria della loro coalizione. Se non è un paradosso questo!


Paradosso n° 4: il Pd e il suo tesoretto dei collegi uninominali

Chi conosce il modo di ragionare dei maggiorenti di Piddinia City non può avere dubbi: da quelle parti si punta tutto sui collegi uninominali. O, almeno, si puntava. Perché il problema è semplice: nell'uninominale si avvantaggia chi ha candidati più forti e conosciuti, specie se appartengono ai due schieramenti sui quali si polarizza il voto. Ora il Pd ha sicuramente i candidati più conosciuti, ma di questi tempi non è detto che essere conosciuti sia sufficiente per essere forti elettoralmente. E questo è il primo problema per Renzi. Ma è il secondo quello più grave, ed esso consiste nel fatto che non è più certo che uno dei due poli su tre sui quali si concentrerà il voto sarà il Pd.

Vediamo meglio questa decisiva questione. Esiste certamente un 80% dell'elettorato che non risente dell'effetto polarizzazione. Questo segmento maggioritario non è scalfibile dalle dinamiche che qui stiamo considerando. Dunque, chi oggi voterebbe Pd, lo voterà anche a marzo; idem per l'elettore pentastellato, così pure per quello di destra e così via. Ma esiste il restante 20%, che invece può risentirne eccome. Ed è quel 20% a risultare decisivo nel gioco della polarizzazione.

Dal 2013 la novità è che il sistema non è più bipolare, bensì tripolare. Ma il meccanismo dell'uninominale tenderà — magari in maniera differenziata nelle diverse aree del Paese — a bipolarizzare almeno in parte il consenso elettorale. Del resto è proprio questo lo scopo sistemico dell'uninominale.

Ma tra chi avverrà la polarizzazione? Nell'estate 2016, dopo le amministrative ed in vista del referendum di dicembre, tutti avrebbero scommesso su uno scontro tra Pd e M5S. Pochi mesi fa, mentre iniziava il percorso che porterà al Rosatellum, tutti credevano ad una polarizzazione tra Pd e destra. Ma oggi? Secondo gli ultimi sondaggi potremmo forse assistere ad una polarizzazione imprevista: quella tra destra (comunque in netto vantaggio) e M5S.
 

Certo, i sondaggi non vanno presi per oro colato, e personalmente sono portato a pensare che con le candidature qualcosa il Pd recupererà comunque, ma se davvero scattasse nell'immaginario collettivo l'idea della centralità dello scontro destra-M5S, allora per il Pd sarebbe la fine. Non una semplice sconfitta, bensì un'autentica disfatta. E — ecco il possibile paradosso — il cuore della disfatta sarebbe a quel punto proprio in quei collegi uninominali che sembravano il grande tesoretto messo in cassaforte dai ladri di voti con base al Nazareno!

Paradosso n° 5: il M5S tra grigiore e possibile fortuna


Se il paradosso n° 4 dovesse davvero concretizzarsi, ecco che ne porterebbe immediatamente con sé un altro: quello di dare nuova vitalità ad una forza che sembra voler fare di tutto per sprofondare nel più mesto grigiore, ovvero il Movimento Cinque Stelle.

Con la direzione Di Maio, il M5S si presenta ormai come una forza neo-democristiana. Una forza che non dice di no a nessuno per pronunciare al contempo un gigantesco sì all'establishment. La sequenza degli atti che rende ormai inequivocabile questo tragitto è talmente nota da non dover essere qui ricordata.

Questo nuovo posizionamento, lungi dal far acquisire nuovi consensi — secondo la logica della «rassicurazione» dei cosiddetti «moderati» — porterebbe di per sé ad un sicuro quanto meritato declino di questa formazione. Ma, c'è un ma che dobbiamo considerare. Ed è appunto quel ma legato alla crisi sempre più evidente del Pd. Se il partito di Renzi dovesse apparire come battuto in partenza, chi assumerebbe il ruolo dell'alternativa alla destra se non M5S? Ecco un altro scenario non previsto, ma ad oggi non impossibile. Un nuovo paradosso, figlio della crisi verticale della classe dirigente e dell'intero sistema politico nazionale.

Conclusioni
Quali conclusioni possiamo trarre da quanto detto fin qui?

La prima conclusione è che i giochi non sono ancora fatti, che l'esito elettorale non è scontato.

La seconda conclusione è che, comunque vada, il quadro post-elettorale sarà quanto mai instabile.

La terza conclusione è che così come esiste una grande difficoltà delle forze antisistemiche, esiste pure (e non è certo in via di risoluzione) una profonda crisi politica delle forze dominanti.
La quarta conclusione è che l'alternativa allo stato di cose presente va costruita interamente al di fuori di questo strano tripartitismo.

La quinta conclusione è che la necessità di portare sulla scheda elettorale, sotto il simbolo della «Lista del Popolo», le ragioni del sovranismo costituzionale ne esce totalmente confermata. Altro non fosse che per l'esigenza di rimettere al centro il tema del destino del Paese cui accennavamo all'inizio.

Per una lista di questo tipo — che è cosa del tutto diversa dalla mesta e confusa riproposizione della solita lista della sinistra sinistrata — lo spazio c'è ed è grande. Ma l'impresa è tutt'altro che facile, basti pensare ad una raccolta delle firme (da cui sono esentate le forze già presenti in parlamento) da concentrare praticamente in poco più di due settimane a gennaio.

L'impresa è difficile, ma provarci con il massimo impegno e con la massima serietà è certamente un tassello sulla strada che indichiamo da tempo. Quella strada che punta ad unire tutti i soggetti interessati a mettere finalmente in campo una forza popolare e patriottica, in grado di muovere i primi passi verso un concreto percorso di liberazione nazionale. E' la strada già segnalata simbolicamente nell'acronimo C.L.N. che caratterizza la Confederazione per la Liberazione Nazionale.

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7.12.17

SINISTRA SOVRANISTA di Manolo Monereo

Carlo Formenti e Manolo Monereo [nella foto] sono due pensatori e militanti che stimiamo assai. È appena uscito anche in Spagna uno dei lavori più importanti di Formenti, LA VARIANTE POPULISTA.

Qui sotto la presentazione di Monereo.

«Non è un fantasma, è qualcosa di più materiale, più molecolare, più coerente: l'emergere di una sinistra sovranista. Intendiamoci una sinistra che cerca di riconciliare l'emancipazione sociale, la sovranità popolare e la ricostruzione di uno stato democratico avanzato. Il tornare a conciliare ha a che fare con l'inversione della rotta che negli ultimi trenta anni ha opposto questi valori alla sinistra realmente esistente, considerandoli come reliquie di un passato che non tornerà, o peggio, gli ostacoli da superare per confrontarsi alle sfide di questa tarda modernità.

Lo viviamo ogni giorno, a volte, come qui e ora in Spagna, drammaticamente. In primo luogo, notiamo con grande allarme il risveglio di vecchi e nuovi nazionalismi e la tendenza in diversi Stati alla frammentazione ed alla rottura territoriale; in secondo luogo, si difende con veemenza la globalizzazione e la sua  specifica modalità di concretizzarsi nel nostro continente, l'Unione europea, sempre intesa come qualcosa di irreversibile e inevitabile che andrebbe soltanto modulata, temperata, democratizzata; in terzo luogo, si propone di approfondire l'integrazione sovranazionale e la progressiva perdita della sovranità degli Stati nella prospettiva di un lontano momento in cui si andrebbe, più o meno, verso gli Stati Uniti d'Europa. Si capisce che la chiave di questa argomentazione è che queste tre ipotesi non sono correlate l'una all'altra.


Perché stupirsi se, davanti alla decostruzione pianificata vengono degli stati europei realmente esistenti, rinascono nuovi nazionalismi nuovi e quelli rinascono o si rivitalizzano? Come non capire che quando la democrazia come autogoverno dei cittadini perde peso e influenza davanti ai poteri economici oligarchici e non democratici (vedile istituzioni europee), risorgono richieste di sovranità, di identità e di protezione? Come non capire la disaffezione di fronte alle istituzioni tradizionali e ai partiti politici quando le regole di un patto implicito che collegava il capitalismo regolamentato alla democrazia politica e ai diritti sociali sono state infrante?

Alcuni di noi sostengono che l'Europa vive un "momento Polanyi". [1] Più di tre decenni di egemonia delle politiche neoliberiste hanno minato il potere dei lavoratori nella società, limitando i diritti sociali fondamentali e tagliando sostanzialmente lo stato sociale. Si può dire che, a più integrazione europea, hanno corrisposto meno democrazia reale e meno diritti effettivi per le maggioranze sociali. Il "mercato autoregolato" è andato molto avanti e, come ci ha insegnato il vecchio socialista austriaco Polanyi, le società reagiscono e lo fanno con i "materiali" disponibili e spesso seguendo strade politiche contrastanti. Comune ovunque è la richiesta di sovranità in un senso preciso: diritto di decidere il modello sociale, il modello politico, il modello territoriale; le popolazioni non sono nulla, non hanno potere, vedono peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro e vedono come l'orizzonte di senso sia bloccato, chiuso.

La reazione della società, quale che sia la sua direzione, non è qualcosa di pre-moderno, né un atavismo di un passato che rifiuta di scomparire. È la conseguenza di una modernizzazione capitalista in un momento di crisi della globalizzazione neoliberista realmente esistente. Le popolazioni ovunque richiedono la medesima cosa: sovranità, stato, ordine, protezione, sicurezza, futuro. Come la storia ha mostrato nella precedente globalizzazione e nelle varie crisi del capitalismo, la reazione della società si svolge entro correlazioni di forze date e può andare a destra, all'estrema destra o a sinistra nelle sue diverse varianti. Non è qui il caso di andare troppo oltre; basti dire che il crocevia in cui ci troviamo potrebbe essere definito come segue: la crisi di un capitalismo senza alternative.


Il libro di Carlo Formenti [2] entra pienamente in questa problematica che ho appena delineato. Carlo, è bene sottolinearlo, è un sociologo competente, militante sindacale da lungo tempo ed eminente esponente della cosiddetta cultura operaista italiana. Negli ultimi anni si è dedicato con passione e rigore a una critica delle ipotesi teoriche e politiche che hanno modellato l'immaginario di una parte considerevole della sinistra sociale italiana. Formenti è uno specialista delle nuove tecnologie e dei loro rapporti con la produzione, l'economia e la struttura sociale. Si potrebbe dire che ha sviluppato una critica all' "uso capitalista" delle moderne tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Lo shock è stato difficile. Il dibattito con l'operaismo dominante è ancora aperto e Formenti ha dovuto sopportare critiche non molto eleganti e sgarbate squalifiche. La polemica è antica quanto la storia del marxismo tra coloro che sottolineano il rapido sviluppo delle forze produttive e di come cambiano le relazioni sociali e quelli che pongono l'accento sulla materialità della lotta di classe, su come certi mutamenti impattano sulla soggettività organizzata, sulla sostanzialità delle stesse forze produttive. Non è un caso che il libro di Formenti si concluda con un'appendice dedicata all'ontologia dell'essere sociale di Lukács.

Non intendo qui riassumere un libro e, molto meno, servire da strumento per discutere con l'autore. Non lo farò; indico solo alcuni nodi che lo rendono particolarmente rilevante per il nostro presente, sempre con l'intenzione di invitare ad una lettura critica. Il titolo, La variante populista, ha un sapore provocatorio. Quelli tra noi che usano il termine populismo o meglio, populismo di sinistra, lo fanno consapevolmente. Usare la provocazione come un pugno nello stomaco per svelare una realtà che si vuole negare squalificandola come populista. Formenti lo dice chiaramente: il populismo è la forma della lotta di classe oggi, qui e ora. Lanciata questa provocazione, carica di significato, iniziamo a discutere seriamente i problemi della nostra società dal punto di vista delle classi lavoratrici.

Carlo Formenti fa un'analisi molto seria di questo capitalismo finanziarizzato che, a quanto pare, non ha alternative. Sottopone ad una profonda critica le analisi dominanti, di quella che potremmo chiamare la "sinistra globalista" partendo da  una valutazione ragionevole dei rapporti di forza esistenti, facendo un enorme sforzo per capire i cambiamenti che si sono verificati nelle classi lavoratrici, il vecchio ed il nuovo proletariato. Lo fa con molta forza, sapendo di cosa sta parlando e da un punto di vista anticapitalista e con una volontà socialista.

Inevitabilmente, parlare di populismo significa fare i conti con Ernesto Laclau e con Chantal Mouffe. Formenti lo fa con rispetto, ma con radicalità, cercando di andare oltre gli autori di cui sopra da una strategia nazionale-popolare che pone al suo centro Antonio Gramsci. Dei nodi a cui ho fatto riferimento in precedenza, voglio analizzarne uno che mi sembra sostanziale. 
Mi riferisco al contrasto tra un'economia sociale e morale basata sui flussi, e quella dell'economia basata sul territorio. Questo contrasto mi sembra decisivo. Quella che potremmo definire la territorialità del potere, intesa come appropriazione collettiva di uno spazio che cerca l'armonia con l'ambiente di cui siamo parte e da lì, costruisce uno stile di vita in grado di integrare le nuove tecnologie, le competenze e l'emancipazione della forza lavoro e delle forme di organizzazione sociale che promuovono solidarietà, altruismo e il buon vivere delle persone. Per Formenti, la "arretratezza" può essere un anticipazione. In molti stiamo riflettendo con lui sulla necessità di un nuovo "meridionalismo" che trasforma il nostro Sud squalificato, denigrato e dipendente in una possibile alternativa che ci faccia reincontrare con il Nord in un cambiamento di civiltà, di stili di vita, in una logica socialista e fraterna».

* Fonte: el diario
** Traduzione di SOLLEVAZIONE - Corsivi nostri

NOTE
[2] Carlo Formenti, La variante populista. Lucha de clases en el neoliberalismo. El Viejo Topo 2017  - In Italia: La Variante populista, Derive e Approdi

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6.12.17

LISTA DEL POPOLO, ASSEMBLEA NAZIONALE IL 16 DICEMBRE

Giorni addietro davamo conto della "Mossa del cavallo", ovvero della proposta, lanciata da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia, di scendere in campo per le prossime elezioni con una LISTA DEL POPOLO.
Il 16 dicembre, a Roma, presso il Centro Congressi Frentani, ore 10:00, si svolgerà l'assemblea nazionale dei promotori della lista.
 

Qui sotto il programma politico della lista in costruzione. Un programma che consideriamo la sola vera novità nel teatrino politico italiano. Anche per questo andremo all'assemblea con l'intenzione di contribuire alla costruzione di una lista unitaria del sovranismo costituzionale.


Una Lista del Popolo (per attuare la Costituzione)

«Questo appello è rivolto in tutte le direzioni, proprio nello spirito con cui nacque la Costituzione italiana. Essa appartenne a tutte le correnti ideali, politiche, religiose emerse dalla guerra voluta dal fascismo. Questo è uno dei suoi valori fondanti. Una gran parte delle componenti di allora non esistono più. Ma il metodo e l’idea resistono, dopo 70 anni!.

clicca per ingrandire la locandina

1) “Lista del Popolo” perché il popolo italiano, a grande maggioranza, con il 60% dei voti, ha chiesto il 4 dicembre 2016, che la Costituzione sia mantenuta e salvaguardata da ulteriori attacchi, dopo quelli cui è stata sottoposta in questi anni. Il panorama dei partiti esistenti si è rivelato totalmente inetto a questo scopo. Essi non sono un baluardo a sua difesa, ma una minaccia alla sua esistenza. Occorre una grande riforma intellettuale e morale del paese. Invece andremo a votare, ancora una volta, con una legge anticostituzionale, varata con uno scandaloso colpo di mano da un parlamento di nominati.

2) Ci impegniamo ad “attuare la Costituzione” perché essa è rimasta inattuata in molti punti fondamentali; è stata violata in numerosi passaggi essenziali; è stata stravolta in altri punti cruciali.

3) Una “Lista del Popolo” perché le grida ossessive contro il cosiddetto populismo, che vengono dalla Casta e dai suoi megafoni, cercano di nascondere l’evidenza di una rivolta del popolo, che è sacrosanta e cresce. È stata lesa la sovranità del popolo ed essa dev’essere ripristinata.

4) Una “Lista del Popolo”, perché la Costituzione, che vogliamo attuare, fu il frutto dell’unità del popolo italiano, in tutte le sue componenti essenziali, politiche e morali, e non il risultato di camarille criminali in lotta tra di loro alle spalle del popolo.

5) Noi non siamo un partito: siamo un’alleanza della società civile, di donne e uomini con diverse storie e provenienze, ma fuori dalla corruzione dei partiti, competenti, onesti. E coraggiosi, perché sappiamo che risanare il paese richiederà coraggio. E per questo chiediamo coraggio anche a coloro che ci voteranno.

6) Chi firma per questa lista, e vi partecipa, s’impegna solennemente di fronte al popolo italiano ad attuarne il programma nel corso di tutta la legislatura. Ciascuno/a mantenendo le proprie idee là dove esse rimangano al di fuori dell’intesa comune.

7) Noi ci batteremo in tutte le sedi per ripristinare la sovranità nazionale. Con due immediate conseguenze:

    a) L’immediata rinegoziazione e, se impraticabile, il recesso unilaterale da tutti gli accordi europei, inclusi Maastricht e Lisbona, che furono firmati da governanti traditori, in violazione della Costituzione, segnatamente del suo articolo 11 della Costituzione. E sospensione immediata del Fiscal Compact e abrogazione di tutte le norme e leggi che contraddicono la funzione sociale della proprietà privata e l’interesse generale (art. 42 della Costituzione).

    b) La cancellazione dello stato attuale di paese occupato e la trasformazione dell’Italia in un paese neutrale, al di fuori di ogni blocco militare e al servizio della pace all’interno delle norme della Carta delle nazioni Unite. L’Italia non ha nemici e intende restare fuori della guerra. In caso di minaccia si organizzerà per rispondervi, ma si doterà di un esercito capace di fronteggiare le minacce, già esistenti, dei disastri ambientali prodotto da un insensato e mortifero sviluppo industriale e militare. L’Italia reintroduce la ferma militare obbligatoria per uomini e donne, riorganizzando l’esercito in funzione educativa per le giovani generazioni e per i nuovi compiti italiani ed europei.


8) Noi non siamo anti-europeisti. Al contrario intendiamo fare in modo che l’Italia contribuisca al processo di creazione di un’entità europea comune che svolga un cruciale ruolo nel mondo multipolare in difesa della pace. Ma vogliamo un’Europa democratica. La rinuncia a parti della sovranità nazionale dovrà essere condizionata alla assoluta parità di tutti i contraenti e in nessun caso a spese delle garanzie democratiche esistenti.

9) Noi riteniamo che il modello economico imposti dalla grande finanza internazionale attraverso la Trojka (Commissione Europea, BCE e FMI) sia palesemente incompatibile con l’intero titolo III della Costituzione. In particolare, incompatibile con gli articoli 35-36 (lavoro e diritti cancellati dalla finanziarizzazione dell’economia); 38 (che viene annullato, di fatto, dal Fiscal Compact); 41 (perché ne viene impedita l’attuazione dalla perdita del governo dell’economia da parte degli esecutivi nazionali); 42 (perché le norme della Trojka impediscono la tutela della proprietà pubblica).

10) Quanto fino a qui enunciato dice che occorre una nuova Costituzione Europea, per riscrivere la quale è indispensabile la partecipazione dei popoli che intendono farne parte. Il futuro Governo italiano dovrà farsi promotore della decisione di eleggere una Assemblea Costituente Europea, i cui risultati dovranno essere proposti all’approvazione esclusivamente mediante referendum popolari.

11) Noi ci impegniamo solennemente alla piena attuazione, nella lettera e nello spirito, dei seguenti articoli della Costituzione:

art. 41. Iniziativa economica privata

art. 46. Funzione sociale della cooperazione

art. 47. Tutela dei risparmio

art. 53. Sistema tributario.

Tutti questi articoli avrebbero dovuto regolare il ruolo dello Stato nella conduzione dell’economia nazionale. Ma così non è stato, come dimostra il disastro economico attuale. Per questo noi diciamo sì:

---- a una Banca d’Italia che sia pubblica al 100%;

---- alla ri-nazionalizzazione delle grandi banche italiane, proditoriamente privatizzate ai danni dell’interesse nazionale, cioè del popolo;

---- alla nazionalizzazione delle imprese salvate con il denaro pubblico;

---- alla nazionalizzazione del settore energetico e dei settori strategici per la sicurezza del paese e dei servizi pubblici essenziali;

----- a farla finita con le privatizzazioni, con le liberalizzazioni, con la svendita del patrimonio pubblico;

---- alla proprietà collettiva dei beni demaniali.

12) Nell’immediato si dovrà affrontare la questione del debito pubblico. Questione criminale nella sua sostanza che costituisce un vero e proprio ricatto nei confronti del popolo italiano. Il che comporta:

------ la ridenominazione del debito pubblico per un importo pari a € 1.150 miliardi (che è quanto attualmente detenuto dalla istituzioni finanziarie dell’eurosistema);

------ l’emissione di Certificati di Credito (CCF) da iscrivere a credito del bilancio del Tesoro;

------ avvio di un programma triennale di emergenza di investimenti pubblici pari a € 200 miliardi;

------ costituzione di un circuito nazionale di compensazioni dei crediti tra le imprese;

------ abolizione del vincolo del pareggio in bilancio introdotto in Costituzione in palese violazione della stessa Costituzione vigente (modifica dell’art. 81 del 20 Aprile 2012);

------- cancellazione delle misure devastanti per il mondo del lavoro e per lo stato sociale quali l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, l’art. 8 della Legge Sacconi, la Legge Fornero nella sua interezza.

13) Avviare, finalmente, una radicale riforma della Giustizia, ripristinando, tra l’altro, la certezza del diritto per gli oltre 11 milioni di cittadini che soffrono di inammissibili ritardi nella conclusione dei processi. Occorre la piena estensione della confisca dei beni non solo alle mafie, ma anche ai politici corrotti e, più in generale il rafforzamento degli strumenti per contrastare il dilagare di mafie e corruzione. Occorre riformare l’intero sistema carcerario, rendendolo nel contempo più umano ed efficace.

14) Il degrado della cultura comincia con il degrado della scuola in tutti i suoi livelli. Occorre rimettere al centro le reali esigenze di formazione dei bambini e dei giovani, e sostenere e rafforzare il ruolo docente, attraverso un adeguato piano di investimenti economici e professionali. La scuola non è un’impresa.

15) Occorre ristabilire il diritto dei cittadini allo stato sociale in tutte le sue forme. Basta con la salute dei cittadini trattata come merce in vendita. Basta trattare gli anziani come fossero un peso, quando essi sono la rappresentazione vivente della nostra ricchezza e della nostra storia. Si rispetti il risultato referendario che ha vietato la privatizzazione dell’acqua. Beni pubblici, ambiente, patrimonio storico e artistico sono risorse immense di bellezza e di ricchezza, sono di tutto il popolo, devono essere preservate e utilizzate nell’interesse comune.

16) Una profonda riforma dovrà investire l’intero sistema dell’informazione e della comunicazione. Non può esservi democrazia se i cittadini non sono informati adeguatamente e correttamente. Un popolo diseducato e disinformato, costretto a vivere in un contesto dominato dalla competizione, che non conosce il significato della solidarietà, non può essere felice. Per questo noi lavoreremo perché il bene pubblico dell’informazione sia considerato come un diritto. Le frequenze televisive sono un bene pubblico e non possono essere subordinate a interessi privati. Si dovrà giungere all’istituzione di un Consiglio Nazionale Audiovisivo, eletto direttamente dal popolo, in sostituzione dell’attuale, lottizzata Agcom e dell’altrettanto lottizzata Commissione Parlamentare di Vigilanza.

Le prossime elezioni politiche si svolgeranno in un contesto e in forme che non hanno precedenti rispetto agli ultimi 70 anni. Per salvare il paese occorre riunire tutte le forze “sane” (intellettualmente, moralmente, politicamente). Che riconoscano nella Costituzione la propria tavola dei valori e nella sua attuazione un programma di governo, per un “Governo della Costituzione”. Questo appello è rivolto in tutte le direzioni, proprio nello spirito con cui nacque la Costituzione italiana. Essa appartenne a tutte le correnti ideali, politiche, religiose emerse dalla guerra voluta dal fascismo. Questo è uno dei suoi valori fondanti. Una gran parte delle componenti di allora non esistono più. Ma il metodo e l’idea resistono, dopo 70 anni. E non ci potrà essere salvezza per l’Italia, per tutti gli italiani, senza questo criterio. L’unica esclusione indispensabile è quella delle forze eversive che stanno emergendo nuovamente, guidate ed evocate dalle classi dominanti.

È dall’alto, non dal basso, che viene il pericolo autoritario. Lo annunciarono con il primo documento della Trilateral, all’inizio degli anni ’70, quando si posero il compito di “ridurre il tasso di democrazia e di partecipazione”, e da allora non hanno cessato un attimo di realizzarlo. Sono queste le forze che si devono sconfiggere.

Il parlamento di nominati che vogliono imporci con una legge truffa, simile a un colpo di stato senza carri armati, sarà al servizio di quelle forze, se non glielo impediremo con una nuova volontà popolare.

C’è ora un immenso spazio vuoto da riempire. Lo si può fare con un programma di radicali cambiamenti, quello di una rivoluzione che sta tutta dentro la legge fondamentale del nostro stato: la Costituzione.

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4.12.17

JE SO' PAZZO: L'ESERCITO DEI SOGNATORI di Moreno Pasquinelli

[ 2 dicembre 2017 ]

Cancellata la seconda assemblea del Brancaccio, prevista per il 18 novembre, il gruppo napoletano Je So' Pazzo ha preso la palla al balzo per riunire, lo stesso giorno, quelli che essi stessi han chiamato "l'esercito dei sognatori". 

La proposta che i ragazzi napoletani, non senza intelligenza, hanno messo sul tavolo era chiara: costruire una lista elettorale la quale non usasse più i simboli del tradizionale antagonismo d'estrema sinistra, che sapesse parlare alla grande maggioranza dei cittadini maciullati dalla crisi sistemica. In poche parole: una lista populista di sinistra. Il grido di battaglia proposto è stato, non a caso, "potere al popolo". 

Chissà, ci siamo detti, che proprio da quel di Napoli, anche grazie alla semina di De Magistris, non arrivi la resipiscenza tanto attesa di una sinistra incartapecorita e abbarbicata alla vetusta iconografia identitaria. Chissà, ci siamo detti, che non si recepisca finalmente la lezione d'Oltralpe di France Insoumise. 
L'inferno, tuttavia, è lastricato di buone intenzioni. Detto in altri termini: accettabile il punto di partenza, non è detto che lo sia il punto d'arrivo.

Cos'è infatti accaduto all'assemblea del 18 dicembre? Che mentre di "popolo" ce n'era poco, folta era la schiera dell'estrema sinistra organizzata: Rifondazione, il Partito Comunista Italiano, i rimasugli dell'Altra Europa con Tsipras, Sinistra Anticapitalista ed Eurostop, ecc. La qual cosa, beninteso, non è un male di per sé. L'unità è cosa buona e giusta, a patto che certi endorsement non causino uno snaturamento dei contenuti e del profilo dell'impresa. Come suona la massima: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

L'impressione che abbiamo ricavato dall'assemblea non faceva dunque sperare niente di buono. Sull'evento veniva infatti posta una pesante ipoteca. Consapevoli della propria insufficienza, che costruire una lista elettorale a livello nazionale non è cosa facile —prima ancora che centinaia di candidati c'è bisogno di migliaia di attivisti che portino avanti la raccolta delle firme e la campagna elettorale— i promotori dell'assemblea hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Consapevoli delle insidie sul percorso e del rischio di uno snaturamento della loro proposta (che alla fine venga cioè fuori una lista di sinistra-sinistra) i ragazzi napoletani hanno pensato bene di, come si dice, "mettere i paletti", indicando quella che per essi dovrebbe essere la base politico-programmatica della lista in questione. Hanno così meritoriamente pubblicato sul loro sito un documento dal titolo POTERE AL POPOLO! UNA PROPOSTA DI PROGRAMMA.

Ora è quindi possibile dare un primo, circostanziato giudizio, dell'iniziativa. Certo, modifiche in corso d'opera saranno possibili. Si è già aperto il conciliabolo, il negoziato politico per limare la piattaforma —ogni componente cercherà di inserire questo o quel punto "qualificante"—, tendiamo tuttavia ad escludere che la sostanza ed il profilo possano cambiare. [1]

Ahinoi, il nostro giudizio su questo documento non è positivo. Vorremmo sbagliarci ma si finirà per dare vita ad una lista condannata al minoritarismo politico, che non solo non supererà lo sbarramento del 3% previsto dalla nuova legge elettorale ma, quel che è più grave, non offre la base necessaria per costruire una nuova forza popolare di massa che punti a fare uscire il nostro Paese dal marasma in cui chi comanda l'ha gettato.

Nella importante premessa al documento leggiamo: 
«In queste pagine abbiamo provato a sintetizzare i contenuti espressi dalle mobilitazioni degli ultimi dieci anni di crisi (...). Di tutte queste mobilitazioni abbiamo registrato le voci all'assemblea del 18/11 a Roma, dove decine di interventi, da più parti d'Italia, hanno raccontato esperienze di resistenza, partecipazione, attivismo, lotta; abbiamo provato a costruire un programma minimo che le tenga dentro e le connetta tutte.
Abbiamo voluto scrivere un testo breve e incisivo perché crediamo che non ci serva un lunghissimo elenco di promesse e proposte, ma pochi punti forti su cui in tanti possiamo continuare a impegnarci con l’obiettivo del protagonismo delle classi popolari».
La prima cosa che salta agli occhi è la distanza tra le intenzioni degli autori e il prodotto finale. Il documento non è affatto né "breve" né "incisivo e, peggio ancora, è proprio una gragnola di obbiettivi, un'affastellata lista della spesa di riforme sociali. Abbiamo fatto il conto: ci sono la bellezza di 67 obbiettivi (!) da conquistare, che vanno dall'attuazione della Costituzione ad una nuova politica dei rifiuti. Obbiettivi e riforme sbagliati? Per niente, sulla carta quasi tutto giusto. Allora, vi chiederete, cos'è che non va? 

Non va l'astrattismo politico del tutto. Il particolare è confuso col generale; la tattica messa davanti alla strategia. Mancano un giudizio sulla crisi sistemica e dunque una critica in profondità dei processi di globalizzazione (affiora anzi, l'idea che la globalizzazione sarebbe buona cosa se fosse "dal basso"); sfugge chi sia il nemico fondamentale del popolo e dunque quelli secondari; la critica dell'Unione europea risulta fragile e superficiale (la moneta unica non è nemmeno  menzionata); del tutto assente la dimensione nazionale della battaglia sociale e politica (rientra anzi dalla finestra l'europeismo quando si invoca, come orizzonte di riferimento, la ricostruzione di un aleatorio "spazio europeo"); del tutto irreperibile il ragionamento sul governo del Paese, sul fatto che solo con un governo popolare d'emergenza il Paese potrà uscire dal marasma; assente perciò ogni discorso sul blocco sociale e le eventuali alleanze politico-sociali per attuare le trasformazioni necessarie — di passata, chi voglia capire come la pensiamo, vada al Manifesto della C.L.N. ed al suo Decalogo.

Insomma, a fronte di una bulimia della dimensione sociale, abbiamo una specie di anoressia politica, una imperdonabile noncuranza del Politico, ovvero della centralità del potere politico e statuale. 

QUALE POPOLO, QUALE POTERE POPOLARE?

Non è vero, ci si risponderà, nel documento è posta con forza la questione del "potere popolare". Vero, ma andiamo a leggere cosa i nostri intendono per "potere popolare".
«Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.
Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo: quello che noi – ma non solo noi – abbiamo provato a mettere in campo lo abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano».
Quindi "costruire potere popolare" sarebbe un "metodo", che consiste essenzialmente nel "prendere confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano"; nel controllo, da parte di chi sta in basso, delle scelte di chi sta in alto, una "palestra dove le classi popolari si abituano ad esercitare il potere". Vero, ci sono molte dimensioni del "potere": si va dal condominio, al caseggiato, al quartiere, all'azienda in cui sui lavora, alla città. Ma in cima a tutto, com'è evidente, c'è il potere dello Stato. Giusto che i cittadini abbiano la facoltà di autoamministrarsi democraticamente, di "allenarsi" a governare partendo dai livelli sociali più elementari, ma tutto questo "allenamento" sarebbe vano ove non sia finalizzato a strappare il governo e le leve decisionali dalle mani della plutocrazia e delle sue élite politiche. Da qui discende la centralità della suprema dimensione politica, quella per il potere statuale. Dimensione da cui dipendono, a scendere, tutte le altre, ad essa subordinate. Come diamo infatti lavoro ai disoccupati senza un'efficace politica statale? Come usciamo dal marasma mercatista senza un ruolo economico attivo dello Stato? Come riorientiamo, in una prospettiva ecologica, produzione e consumi senza una programmazione statuale di lungo periodo? Come realizzare una politica economica senza sovranità monetaria?

Ed eccoci giunti al nodo dei nodi che caratterizza il momento attuale: dato che oggi queste leve risiedono in gran parte in potenti organismi sovranazionali tecnocratici, quali quelli dell'Unione europea, emerge la dimensione nazionale della battaglia politica: la necessità di uscire dall'Unione, di riconsegnare al Paese piena sovranità, sovranità senza la quale non c'è democrazia, non c'è libertà, non c'è giustizia sociale. Sovranità nazionale senza la quale la tanto evocata "attuazione della Costituzione" resta uno slogan vuoto e il "potere popolare" diventa una ingannevole chimera. Fino a prova contraria non c'è mai stata democrazia né tantomeno "potere popolare" in entità imperiali e imperialistiche. Non è un caso che questa "parolina", sovranità, sia del tutto assente dal documento, a dimostrazione che la "questione nazionale" resta un insuperabile tabù.

Vorremmo quindi chiedere ai nostri cosa essi intendano per "popolo". Il sospetto è che abbiano in mente lo spappolato ectoplasma "moltitudinario" partorito dai processi di globalizzazione. E allora non ci siamo, perché sulla "moltitudine" globalizzata non avremo alcun soggetto reale, in quanto "popolo" significa una comunità con radici storiche, che a sua volta sta dentro un demos determinato, e questi non è altro che lo stato nazione — ovvero proprio quella dimensione politica che le potenze del capitale sovranazionalizzato e deterritorializzato vogliono smembrare. E proprio per questo assalto globalità, la funzione del soggetto Politico è cruciale, poiché qui si tratta di ricostruire un popolo, ridargli memoria, identità, missione storica.

MUTUALISMO E ANARCHISMO

Ci sono due tradizioni e due visioni alle spalle di questo tabù, che spesso risultano complementari l'una all'altra: quella cosmopolitica della sinistra snob, e quella internazionalista nella sua versione anarchica. L'anarchismo, a ben vedere, è la fonte da cui sgorga il discorso di JE SO' PAZZO.

Nel documento si legge:
«10. MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE
Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, questo deterioramento riguarda la salute, l'istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc. In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all'attacco dei ricchi e potenti; un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura); una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare. Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso sprechi di denaro pubblico e corruzione».
Cosa c'è di male, ci direte, nel "mutualismo" sociale, nel promuovere reti solidali di resistenza di chi sta in basso? C'è di male che se il mutualismo, da pratica strumentale ad una strategica politica di lotta per il potere, diventa LA strategia politica, non si va da nessuna parte. 

A chi non è nato ieri non sfugge che questo fare del "mutualismo" una strategia ci riporta al padre del sindacalismo anti-politico, anti-statalista e mutualista, l'anarchico francese P.J. Proudhon.  Più recentemente ci conduce a SYRIZA che, quand'era all'opposizione, fece delle pratiche mutualiste e assistenziali "dal basso" la principale leva per giungere al potere. Come è andata a finire lo sappiamo tutti: una volta al governo il mutualismo è andato a farsi friggere —in Grecia lo fa Alba Dorata, come qui da noi Casa Pound— visto che SYRIZA ha applicato ed applica con estrema diligenza le misure draconiane chieste dalla troika.

Va bene sbarazzarsi del simbolismo identitario ed ideologico della crepuscolare sinistra comunista, ma sbarazzarsi di Marx per tornare a Proudhon, per di più in una versione minimalista ed edulcorata, questo, in punto di 
P.J. Proudhon
teoria, è difficile da accettare. C'era un tempo in cui a sinistra si vaticinava un "ritorno a Marx". Adesso che Marx è considerato un cane morto, si riscoprono gli ittiosauri del socialismo utopistico che Marx, con la sua analisi del modo d'essere e delle leggi economiche del capitalismo, pensava di aver seppellito.

Ma sorvoliamo sulla teoria "astratta" e veniamo alla pratica. Davvero si pensa di potere far fronte all'offensiva a tutto campo del nemico — la potentissima borghesia neliberista che, trans-nazionalmente consociata, detiene tutte le principali leve del potere economico, finanziario, politico e militare globale—, coi pannicelli caldi del  mutualismo gradualista? Con il sindacalismo sociale municipalista? 

Oggi, come ai tempi di Proudhon, si tratta di una colossale illusione, che finisce per fungere da variante ("dal basso") del più tradizionale riformismo di sinistra. I nostri pensano evidentemente, andando a pescare nelle origini mutualiste e sindacaliste del movimento operaio (non di quello italiano per la verità), ad un lungo e progressivo cammino, fatto di modifiche a dosi omeopatiche, fino a quando le reti di produzione, scambio e distribuzione mutualistici, non prenderanno il sopravvento et voilà, il capitalismo verrà soppiantato. Ma l'Italia e il suo popolo non hanno davanti questi tempi lunghi, né dovrebbero sperare che la strada del riscatto e della liberazione sia quella sopra descritta.

Esageriamo nel dire, visto che siamo in Italia, capitale del cattolicesimo mondiale, che non può esserci, su piano del mutualismo, competizione con l'assistenzialismo della Chiesa? Esageriamo nell'affermare che questo mutualismo sociale, collassati i meccanismi di welfare, svolgendo un ruolo di supplenza dello Stato, finisce per essere funzionale al sistema neoliberista? 

In conclusione che abbiamo? Abbiamo che JE SO' PAZZO ci propone sì la costruzione di un movimento populista, ma la versione che viene avanzata è irricevibile in quanto, sotto una verniciata di novità, si cela una versione edulcorata del vecchio mutualismo di matrice anarco-sindacalista, col suo rifiuto dello Stato, della nazione quindi, in ultima istanza, della politica. Per cui, se l'obbiettivo era quello di andare incontro alla grande maggioranza dei cittadini delle più diverse classi sociali maciullati dalla crisi sistemica, cercando la via per una connessione emotiva col popolo, esso è stato palesemente mancato. 

NOTE

[1] L'esito finale sarà deciso dal negoziato più spinoso e successivo, quello sulle candidature nei collegi uninominali e, soprattutto sui capilista dei plurinominali. Non si sa mai: certi matrimoni si rompono già sull'altare, tanto più se sono di gruppo —"molti i chiamati, pochi gli eletti".



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